La Pittura in Lombardia nel XX Secolo

Rappresentare fedelmente, senza indurci all'abbreviazione più o meno settaria della storia recente per correnti o indirizzi di gusto, l'attività pittorica della regione lombarda, dove hanno operato più della metà degli artisti italiani, è un'impresa complessa e difficile. Il rischio maggiore è quello di obliterare valori individuali per dare spazio ad una storia che è ancora scritta per tendenze di gusto, per presupposti ideologici, per memoria di generazioni.
Ce ne rendiamo conto mentre, in accordo con i
Lions di Vigevano, Colonne e Sforzesco, e l'Assessorato alla Cultura del Comune di Vigevano, Città sensibile alla memoria storica, affrontiamo questo difficile tema convinti che sia venuto il momento di presentare alla generazione attuale e alle future un panorama obiettivo dell'arte del secolo passato, almeno per quel che concerne la pittura, con escursioni nella grafica pittorica, rimandando a un'altra occasione la scultura e le arti decorative.

Mi sono avvalso della fiducia che mi è stata concessa in considerazione della mia lunga esperienza che mi deriva dall'aver frequentato, per le amicizie familiari e per la mia attività di critico (perfino di cronista dell'arte), quasi tutti gli artisti che qui si presentano.
Purtroppo abbiamo a disposizione uno spazio prestigioso (le Scuderie del Castello Sforzesco di Vigevano), ma assai limitato. Ciò ci costringe a dividere la mostra in due parti: una in esposizione, affollata sì ma godibile, e una parte documentata da un ampio catalogo che tiene conto con la massima obiettività (che non esclude tuttavia dolorose assenze) di tutto ciò che ha valore di Arte e che raccomandiamo alla storia. Si pensi che nel corso del secolo XX hanno operato in Lombardia parecchie migliaia di pittori degni di questa attribuzione.
Tra questi, per anni, vi sono stati "maestri" di grande fama internazionale, da me ben conosciuti, come
Massimo Campigli, Alberto Savino, Gregorio Sciltian, Fabrizio Clerici, Renato Guttuso, Aroldo Bonzagni, (morto quando io ero appena nato) Anastasio Soldati e, tra i più giovani, Valerio Adami e Antonio Recalcati.
Con un metodo diverso da quello usato per altre mostre che dovrebbero rappresentare l'arte italiana del secolo, con l'esposizione di alcune stelle di fama internazionale accollando loro una schiera informe di artisti in competizione di presenza e di mercato, noi abbiamo voluto utilizzare gli spazi con le presenze che sono tipiche dell'area lombarda. E' un dovere storico di cui assumiamo la responsabilità

La Lombardia, Milano: qui sorge la maggior parte dell'industria moderna nel primo ventennio del secolo, qui nasce il fascismo e qui si conclude il 25 aprile 1945. Nei primi anni del XX secolo convergono su Milano, alla scuola di
Cesare Tallone a Brera, dall'Emilia, dal Veneto, dal Piemonte, Aroldo Bonzagni e Achille Funi, Umberto Boccioni e Carlo Carrà. I primi tre li troviamo nella mostra milanese di NUOVE TENDENZE. Tutti e quattro firmano con  Romani e Russolo, il primo manifesto futurista sulla rivista POESIA di Filippo Tommaso Marinetti.
E' l'inquietudine del "nuovo".
Boccioni, giunto a Milano nel 1907, si propone di rappresentare "il nostro tempo industriale", Bonzagni è sollecitato dalle contraddizioni della nuova società, da un lato le feste del "popolo grasso", dall'altro le miserie del "popolo minuto", quello che affolla il Tram di Monza e che fatica accanto ai cavalli da tiro.
Dell'ottocento, alcuni di loro accettano la tradizione divisionista, tutti l'impatto del "sociale" sollecitato dalle lotte del lavoro e guardano con occhio critico la società in divenire. Non è tutto splendente ciò che luce. L'arte a Milano è sensibile alla vita della società, come riflesso di fenomeni che anticipano i tempi. Il
FUTURISMO, che nasce a Milano, opererà uno sconvolgimento stilistico, ma non negherà i contenuti sociali del primo quindicennio del secolo che continueranno fino alle drammatiche "periferie" della città industriale di Mario Sironi.
Questi fermenti non prevalgono tuttavia sulla solenne continuità della tipica pittura di paesaggio lombarda, assorta nella timidezza del sentimento lirico quale si delinea in
Emilio Gola, nel primo Boccioni, in Ugo Bernasconi, in Gianni Maimeri, trasmettendo il messaggio ad Arturo Tosi, a De Grada, a Donato Frisia, fino ai "chiaristi" Del Bon, Lilloni, e gli altri fino a Gino Meloni e Pietro De Simone. Questo messaggio non fu spento dal FUTURISMO, né tanto meno dal novecentismo sarfattiano con il quale la "linea lombarda" convive senza negarsi a vicenda (esempi probanti Tosi e Carrà).

Quando, nello svolgersi delle generazioni, il
NOVECENTISMO fu attaccato frontalmente dal MOVIMENTO DI CORRENTE, neppure allora questa "linea" fu sconfitta. All'interno dello stesso gruppo Bruno Cassinari, Ennio Morlotti e poi Ernesto Treccani affermano questi valori lirici della pittura come tale, oltre la giusta dialettica delle tendenze che non possono oscurare il colore del mare, lo splendore delle foglie, il ritmo e la luce dettati dal grande libro della natura.
D'altra parte, come risulta da questa mostra, il
CHIARISMO lombardo corrispondeva ad una tendenza nazionale di insoddisfazione nei confronti delle chiusure stilistiche imposte dal Novecento sarfattiano.

Recentemente Rossana Bossaglia ed Elena Pontiggia, esplorando l'area lombarda dei primi chiaristi
Del Bon, Lilloni, Spilimbergo, De Amicis, hanno puntualizzato ciò che era già manifesto nelle intuizioni di Edoardo Persico, che il fenomeno "chiarista" si apparentava con quella che era stata chiamata la "scuola di Burano" che accoglieva, accanto a un maestro del postimpressionismo come Pio Semeghini (per non dire di De Pisis) pittori di ottimo livello come Vellani Marchi, e Consadori. In una sorta di vacanza lagunare si incontravano nella ospitale trattoria Da Romano i pittori che, innamorati dalla luce veneta, continuavano la tradizione di un postimpressionismo tremulo, ma anche vivace, che era stato inaugurato proprio nell'isola di Umberto Moggioli. Un'aura di rinnovato naturalismo assai larga in tutta Europa (basti pensare a Vuillard e Bonnard in Francia) e che in Italia trovava la sua punta europeista nei Sei pittori di Torino, già battezzati da Lionello Venturi ed Edoardo Persico, prima del MOVIMENTO DI CORRENTE. Il CHIARISMO aveva dunque parentele fuori dall'area lombarda, come sarà più tardi per il neonaturalismo informale padano, illustrato con la sua passione da Francesco Arcangeli che l'ha promosso oltre l'area emiliana.
Non siamo ormai in molti che possiamo ricordare direttamente i fenomeni dell'arte che si sono svolti prima della guerra mondiale del 1939-45. Bisogna accordarci la fiducia della sincera testimonianza. Non così quando ci avventuriamo sul terreno smosso e minato da pericolosi ideologismi del secondo dopoguerra, quello che si dipana oltre i campi di sterminio nazisti e le bombe atomiche di Hiroshima e Nagasaki.
Qui la critica la fa da padrone, distruggendo in progresso lo stesso concetto di individuazione di aree regionali e nazionali, costringendoci in nome di un generico cosmopolitismo e successiva globalizzazione, alla registrazione positivista dei fenomeni, se si vuole sfuggire alla settaria schematizzazione delle tendenze.
Proprio in Lombardia, e non soltanto nella Roma di
Guttuso e del cinema di Rossellini, Amidei, De Sanctis, Lizzani, esplode il fenomeno del REALISMO POLITICO E SOCIALE che è l'espressione in campo artistico di quella cultura dell'antifascismo che si è imposta nell'immediato dopoguerra. Il più impegnato e coerente dei "realisti", come a Roma Guttuso e nel Veneto Pizzinato e Zigaina, è stato certamente Gabriele Mucchi che, superato il suo momento intimista, si è buttato a corpo morto nell'esperienza realista continuandola fino ad oggi, quando questo maestro, dopo un lungo periodo trascorso nella Germania Est, ha compiuto 101 anni, il più vecchio tra i viventi qui esposti.
Ma la pattuglia realista, già raccolta dal 1952 al 1956 dalla rivista
REALISMO da me diretta, era ben numerosa e valida. La componevano i pittori della Galleria Borgonuovo 15, promossa da Giovanni Fumagalli con l'apporto di Tettamanti, Motti, Ramponi, Brizzi, lo scultore Scalvini mentre Ernesto Treccani si faceva allora l'aedo delle lotte contadine nel mezzogiorno dove ha lasciato in terra di Calabria dipinti memorabili. Dalla stessa costola realista, che ha avuto per decenni il suo palcoscenico nel premio Suzzara, nasceva anche il movimento ZAVATTINIANO (da Cesare Zavattini, autore del gentile populismo dei Poveri sono matti e del Miracolo a Milano, il film con De Sica). E' stato un placcaggio dolce di populismo contadino sul terreno impervio delle lotte sociali e politiche, rappresentate dai realisti. Anche se questo movimento ha una formazione emiliana (esponenti principali Ligabue, Rovesti, Ghizzardi, Covili) i Lombardi vi hanno avuto la loro bella parte, come qui si dimostra con il mantovano Ferruccio Bolognesi, scomparso da poche settimane.
L'avvento dei
REALISTI che insistevano sui contenuti sociali, era in aperta dialettica nei confronti della schiera ingente di quelli che allora (parlo degli anni cinquanta) venivano chiamati gli ASTRATTISTI e che riunivano nella polverizzazione di gruppi e tendenze coloro che anteponevano a tutto la qualità della "forma", sottratta all'obbligo della figurazione riconoscibile. Questi perciò furono identificati come FORMALISTI (mi richiamo alle polemiche del tempo).
Ciò provocò alcune conseguenze importanti. Innanzitutto l'accantonamento della massima parte dei figurativi delle generazioni precedenti, pochi dei quali si salvarono da questa cancellazione. In seguito, nell'avvicendarsi delle generazioni, si creò una sorta di compromesso tra "l'informale" astratto o espressionista e la "figurazione" nel nome di una musicalità della pittura, con un richiamo alle emozioni liriche del reale. Sono molti i pittori lombardi che fanno loro un'astrazione lirica del reale, fino a oggi, e noi abbiamo ritenuto doveroso esemplificarli nella mostra e nel catalogo.
Con gli anni sessanta la Lombardia riacquista un corso egemone nell'arte pittorica italiana, anche se i termini della stessa idea di pittura cambiano radicalmente.
Da un lato i contenuti del precedente realismo animano gli artisti della "nuova figurazione" nell'esperienza di un
REALISMO ESISTENZIALE, ripiegato sui sentimenti dell'intimo. Romagnoni, Cappelli, Vaglieri, Ceretti, Ferroni Guerreschi, Aricò, Bellandi, espongono insieme presso cooperative, poi da Bergamini e alla Galleria S. Fedele, subito valorizzati dalla critica di Valsecchi a Kaisserlian. Dall'altro una tendenza verso un espressionismo gestuale riunisce Roberto Crippa, Gianni Dova nel cosiddetto movimento NUCLEARE, assorbendo elementi di surrealismo e di denuncia politico-sociale con Enrico Baj.
Dal gruppo si elevano i "concetti spaziali" di
Lucio Fontana che, rinunciando alla scultura, propone polemicamente una nuova idea della pittura con i suoi tagli e i suoi buchi.
Tra queste due idee della pittura si muovono in Lombardia pittori figurativi ed astratto-informali da
Treccani, a Giunni, a Guenzi, un'area molto estesa e assai caratteristica della cultura lombarda via via che i vecchi maestri del naturalismo, come quelli esposti in questa mostra, da Salietti a Cascella, andavano scomparendo. Mentre gli artisti che uscivano dall'esperienza novecentesca, come Cantatore, si dimostravano ormai influenzati da questa cultura, pur avendo origini diverse da quella lombarda, da noi cresceva una generazione che entrava spontaneamente in quel gusto. I nomi sono tanti da Cazzaniga e tanti altri esposti in catalogo. Non pretendiamo di citarli nelle loro diverse esperienze, preferiamo presentarli nelle loro diverse ricerche e nelle loro personalità, avvertendo che molti di loro non sono riconducibili ad un'area lombarda, pur avendo qui operato. Sarebbe un deprecabile artificio, fuori dai propositi di questa mostra: chi potrebbe dire che Piero Manzoni o Fernando De Filippi siano pittori lombardi, ma anche Brindisi o Baj. Milano e la Lombardia sono stati nel secondo mezzo secolo il palcoscenico di esperienze internazionali, mentre alcuni maestri hanno operato con spirito giovane fino alla fine del secolo.

Sarebbe stato molto facile individuare una "linea lombarda" secondo un pregiudizio culturale. Una regione è tanto più viva quanto più diverse sono state le esperienze dei suoi artisti. Qui hanno operato
Cassinari e Guerreschi, Sironi e Savinio, personalità e culture tanto diverse. Noi speriamo che questa mostra possa contribuire a rendere cosciente un pubblico, il più ampio possibile, di questa ricchezza che affidiamo alla storia.

Raffaele De Frada